COMITATO NAZIONALE DELLE SSIS IX CICLO

RACCONTARE IL LIMBO: IL “QUADERNO GRIGIO” DEL IX CICLO SSIS

Dai colleghi della SSIS Umbria viene la proposta di una nuova, importante iniziativa in cui il Comitato può spendersi per portare a galla il mondo sommerso del limbo.

Per ciascuno di noi, frequentare la SSIS comporta quotidiani sacrifici e difficoltà economiche, produce effetti devastanti sulla vita privata e familiare, obbliga a continui equilibrismi per far quadrare gli orari e i conti. Alcuni hanno figli o ne aspettano, alcuni hanno dovuto trasferirsi in un’altra città. E tutto questo, a che scopo? Nell’attesa che qualcuno si accorga di noi? Ci obbligano a mettere un’ipoteca sul nostro futuro, senza avere nessuna garanzia in cambio.

Mostriamo a chi legifera che cosa significa per noi, nel concreto della vita di tutti i giorni, quella “fase di transizione” di fronte a cui la politica alza le spalle!Mostriamogli di che cosa è fatto il nostro limbo!

Tutti i colleghi sono invitati a inviare la propria testimonianza via e-mail a: chiaranelcappello@libero.it (cognomi A-L) o a matteopascoletti@hotmail.it (cognomi M-Z), seguendo questi criteri:

1) le e-mail devono avere come oggetto “testimonianza”;

2) la testimonianza dev’essere allegata come file word di massimo una cartella a4, formato Times New Roman, interlinea singola. In esso vanno specificati la sede SSIS, l’indirizzo e la città di provenienza (nel caso dei fuori sede). L’allegato word deve avere come nome del file il nome e cognome dell’autore;

3) in calce al file word allegato deve essere inserita la seguente dichiarazione: Autorizzo Matteo Pascoletti/Chiara Bacoccoli a trattare la mia testimonianza per l’iniziativa “Quaderno grigio del IX ciclo SSIS”.

Si fa presente che ai testi inviati potranno essere apportati tagli e correzioni ai fini della pubblicazione.

 


 
 
ECCO ALCUNE DELLE TESTIMONIANZE GIA’ INVIATE DAI COLLEGHI:
 
MAURO: Nel 2003 ho tentato il concorso nella SSIS di Roma (indirizzo linguistico-letterario), con 25 posti d’accesso e circa trecento candidati. Ho superato per tre volte le prime prove, vedendomi escluso nelle seconde, con voti sempre al limite della sufficienza. Questo mi ha creato stati di profondo sconforto che mi hanno logorato mentalmente. Quest’anno ho deciso di tentare la SSIS in Toscana e, con lo stesso standard di voti della prima e della seconda prova, mi sono classificato tra i primi trenta, ottenendo l’accesso alla specializzazione. Non ho festeggiato nulla, perché mi sono reso conto di aver ottenuto quello che in passato mi era stato negato dalla SSIS Lazio, dove accedere mi è sembrato troppo proibitivo. In Toscana si respira un clima diverso, il numero degli ammessi è infinitamente superiore di quello laziale, e c’è molta trasparenza, infatti al termine di ogni prova lasciano il materiale dei quiz a tutti e poi lo ripubblicano sul sito internet. A Roma nulla di tutto questo. E non si capisce perché una regione come il Lazio metta ogni anno pochissimi posti a disposizione, a fronte di graduatorie che nella provincia di Roma scorrono. Ora mi sono trasferito a Firenze, pagherò l’affitto e andrò avanti con i sacrifici che può fare un figlio di un cassaintegrato che guadagna dai settecento ai mille e cento euro al mese. Farò affidamento sui miei risparmi di due anni di lavoro come operaio a Roma. Il dolore che ho provato vedendomi escluso ripetutamente non riuscirò a esprimerlo fino in fondo. Il mio demerito è stato essermi preparato bene per anni, senza scegliere una SSIS con una disponibilità di posti sufficiente a valorizzare la mia preparazione, scontrandomi contro un muro di gomma. Tantissime persone con uno standard qualitativo inferiore al mio al primo colpo hanno superato l’esame in qualche SSIS del nord e questa è la prova di come la preparazione da sola non basti in questo paese se si nasce nel posto sbagliato. Ora che finalmente sono uno specializzando SSIS, vivo con grande paura la tremenda ingiustizia della chiusura delle graduatorie. Ma non posso pensare che si arrivi a tanto e che gli specializzandi del nono ciclo non vengano immessi in graduatoria, perché ho fiducia nella ragione e nel senso di giustizia base che ogni governante deve avere.
 
GENNARO: Lavoro da quando avevo 24 anni, da prima di laurearmi. Forse sono stato fortunato, forse sono stato bravo. Oggi ho 32 anni: ho fatto parte di 3 aziende, cambiando sempre totalmente il tipo di impiego. Ma non ho trovato quello che cercavo. Il lavoro non può essere qualcosa che “capita”, non si può essere scelti per caso. Ho il diritto di scegliere il lavoro che più si addice alla mia personalità: voglio insegnare. Lo posso fare, lo so fare, sarei bravissimo. Sento di avere questo dono e voglio rischiare la mia carriera, la mia sicurezza economica per raggiungere il mio lavoro ideale: il professore. Eppure pensare di lasciare un lavoro, oggi, senza avere certezze sul futuro, e sentirsi dire che, dopo due anni di corso (incompatibili con l’attività che svolgo, e che sarei costretto a lasciare), non avrò ancora le carte in regola per insegnare, è demoralizzante. A breve l’azienda mi chiederà di fare una scelta: che cosa dovrò fare? Inseguire un sogno senza certezze scegliendo il lavoro adatto a me, o rinunciare a mettere a disposizione degli altri il dono dell’insegnamento che mi è stato fatto e continuare a essere scelto dal lavoro? Ai posteri l’ardua sentenza.
 
FRANCESCA: Sono figlia di gente semplice…proletari, è la parola
giusta: cresciuti in situazioni ben diverse da quella che è la
famiglia tradizionale, e quindi privi di un modello di genitore
chiaro. Eppure sono stati i migliori che potessi desiderare. Loro
nella scuola come canale di mobilità sociale ci hanno sempre creduto,
ed io e mia sorella eravamo brave. Quindi, ci hanno fatto studiare.
Era il loro sogno: avere due figlie laureate. E’ stato possibile, e
ancora lo è, perché mio padre in un incidente sul lavoro, a 30 anni,
quando mia sorella aveva pochi mesi, ha subito una forte menomazione
fisica:  La pensione d’invalidità è quello che ci ha concesso una
certa stabilità economica. Con i loro sacrifici siamo arrivate alla
laurea. Ma da qui, all’indipendenza  la strada è lunga…il posto dove
lavora mia sorella, non la paga: deve imparare, si usa così…e per
quel che riguarda me, quando hanno saputo che ero entrata alla SSIS, i
miei erano pazzi di gioia. Era la realizzazione dei miei e dei loro
sogni (non è vero che siamo tutti insegnanti per seconda scelta).
Gli incidenti di percorso capitano. Mio padre non si è arreso
all’essere disabile. Fa i lavori di casa, sia ”da uomo” che ”da
donna”con alcuni piccoli espedienti. Dove non arrivano le possibilità
fisiche, arriva il cervello. E la testardaggine di non arrendersi, né
all’handicap, né alle altre malattie. E per il mio futuro, per i miei
e per i loro sogni, per la testardaggine che ho imparato da loro, io
combatto.
 
LUCIA: Sono sposata, e ho una bambina di 3 anni e mezzo. Mi sono laureata col pancione, a giugno 2004. E bisogna essere molto motivati per farlo. Ecco, io sono molto motivata: sono molto motivata a fare l’insegnante. E’ con questo scopo che ho studiato tanto, che ho conseguito la mia laurea, che mi sono impegnata per passare l’esame d’ingresso della SSIS. Io VOGLIO insegnare, è il mio sogno da sempre; è per questo che persevero in questo percorso del IX ciclo SSIS, nonostante i problemi, i dubbi, e l’impegno di tempo e soldi. Ma proprio perché ci tengo tanto, voglio ASSOLUTAMENTE poter godere dei diritti, che hanno goduto i nostri colleghi degli anni precedenti. La mia passione non è inferiore alla loro, le mie capacità neppure: allora, perché questa disparità di trattamento? Io continuerò ad impegnarmi su questa strada; ciò non toglie che voglio risposte a questa mia domanda. Le voglio presto, e voglio che MI PIACCIANO!
 
PASQUALE: Sono sposato dal 1998 ed ho una bambina di cinque anni che si chiama Chiara. Da più di dieci anni lavoro come insegnante di inglese presso una scuola militare di Perugia, la SLEE (equiparata alla scuola pubblica), in cui il 90% del personale docente è di madrelingua. Se sei italiano, per essere assunto alla SLEE devi superare delle prove severissime in cui devi dimostrare di essere al livello di un insegnante di madrelingua. In aggiunta, devi avere un curriculum universitario impeccabile (personalmente, negli esami universitari ho la media del 30 e lode). Tra i nostri frequentatori, abbiamo avuto personaggi della politica nazionale, della magistratura o della Chiesa e, ovviamente, ufficiali e sottufficiali delle forze armate. Essere ammessi a lavorare presso questa scuola può costituire motivo di vanto (considerate che i miei allievi hanno un’età media di 40 anni e che uno su due è laureato). Per questo, il tirocinio SSIS costituirà per me un adempimento burocratico che pagherò a caro prezzo (e chi ha dieci anni di insegnamento continuativo alle spalle ne ha davvero bisogno?). Che cosa mi ha spinto a fare la SSIS, se il lavoro ce l’ho già? E’ stata quella stramaledettissima Legge Biagi grazie alla quale i nostri contratti di lavoro sono stati trasformati in contratti a progetto. Inoltre, nell’ultima legge finanziaria, si impedisce alle istituzioni pubbliche e private di assumere lo stesso lavoratore con contratto a progetto per più di tre anni consecutivi. La conseguenza di ciò potrebbe essere il licenziamento, ragione per cui sto prendendo l’abilitazione. Ma, se le cose non cambieranno, a che ci servirà l’abilitazione?
 
SILVIA: Per me la prima fascia è fondamentale se non voglio rimanere sempre con un palmo di naso. Lavoro nella scuola primaria e come insegnante riscuoto un buon successo (i colleghi lo dicono) in questa ultima supplenza con il sostegno a due alunni tutti facevano il tifo per me: segreteria, colleghi, genitori, per non parlare dei bambini, ma senza proroga l’ho persa, uno di loro non sono riuscita nemmeno a salutarlo. Ora ho perso la possibilità di arrivare alla fine dell’anno, niente più diritto di proroga…un marito precario, un bimbo di 3, affitto…. Ora per tirare avanti qualcosa mi devo inventare ma finché non troverò un’altra supplenza dedicherò tutto il mio tempo per la nostra causa. Mi piace davvero tanto questo lavoro, non ne sento la stanchezza. Il primo giorno di supplenza avevo un po’ di timore e poi sono tornata a casa con la strana sensazione di essere stata sempre un’insegnante. Dobbiamo assolutamente fare di tutto affinché i nostri diritti vengano garantiti e godere delle pari opportunità.

5 Commenti »

  1. Mi piace molto quest’idea di un taccuino tutto nostro, più concreto ed eloquente del candido carnet ministeriale. La realtà supera in molti casi la fantasia e se raccontarla non servirà a scalfire il cuore, né turberà la mente di chi dovrebbe decidere per noi, offrirà almeno il conforto a quanti di noi si sentono soli.

    Commento di Elvira Gallelli — Giovedì, 3 Gennaio 2008 @ 4:26 pm

  2. In un sabato pomeriggio di fine novembre, parlando con la mia amica e collega nonociclista Chiara, le ho buttato tra le mani la classica patata bollente. “Ci sarebbe da leggere il -Quaderno Bianco sulla scuola-…sai, lo studio di settore del Ministero dell’Istruzione e della Finanza…sai, per la politica del conosci il tuo nemico…bisognerebbe farlo prima dell’assemblea nazionale, ma io non ho tempo…”. Chiara (che come me è dell’indirizzo linguistico-letterario), ha preso tra le mani la patata bollente, ed è stata catapultata in un mondo di parole su cui svettava, come un’orribile ed altissima torre grigia, la parola “sburocratizzare” (tralascio gli innumerevoli errori di sintassi che affollano il Quaderno Bianco). Parlandone io e lei ci siamo detti “ma come? Non siamo persone, individui con una storia alle spalle, un presente spesso difficile, e un futuro che le politiche del lavoro degli ultimi governi hanno reso quanto mai incerte? Davvero gli insegnanti di ieri e quelli di domani sono una pratica burocratica fastidiosa e scomoda da snellire al più presto? Allora, quando il Ministro Padoa Schioppa ci definiva una generazione di bamboccioni, in realtà ci stava facendo un complimento! Finché ti definiscono bamboccione resti comunque una persona, ossia un’entità giuridica e sociale.”
    Sarà perché ho letto troppo Kafka, e allora dove sento odore di burocrazia il mio naso inizia ad irritarsi e la pelle è flagellata dalla psoriasi, ma più Chiara mi parlava del Quaderno Bianco, complice anche un sunto molto valido da lei realizzato, più mi rendevo conto che il bianco non è affatto il colore da associare ai sissini del nono ciclo, o più in generale alla generazione cui appartengo. Il nostro colore è il grigio. “Grigiore”, del resto, è un sostantivo che descrive molte cose del nostro “mestiere di vivere”: la routine di colloqui di lavoro in cui vengono proposti stipendi ridicoli o forme contrattuali umilianti e con poche o nulle garanzie, che ci spingono a cercare nella funzione emancipatrice della cultura un possibile riscatto; i burocrati dietro ad un vetro o all’altro capo del telefono che influiscono sulle nostre vite come demiurghi indifferenti; la malinconia di tasse universitarie da pagare a fronte delle quali troppo spesso riceviamo servizi non all’altezza, o persino denigratori; la parossistica assurdità delle lezioni cui assiste un nonociclista escluso dalle graduatorie, domandandosi costantemente “ma tutto questo a che cosa serve?”; infine, il riscontro del tempo e dei soldi investiti per la cultura, che sempre più si sta riducendo a qualcosa di costoso e inutile. Qualcosa da sburocratizzare.
    L’idea del Quaderno Grigio nasce quindi così: non per antifrasi, ma per bisogno viscerale e interiore di comunicare un messaggio ben preciso, tanto alle istituzioni quanto alla società. “Il mondo in cui vivo non è quello che raccontate.”
    Ringrazio fin da ora tutti quelli che si presteranno a questa iniziativa. Raccontarsi non è mai facile, sebbene nella vita ho imparato che in certi momenti è necessario. Il nostro fanciullino interiore spesso è fermo ai banchi delle elementari, quando la maestra leggeva il tema del primo della classe, e quasi mai era il nostro. Essere secondi, o essere semplicemente un passo indietro agli obiettivi che ci siamo dati, spesso ci fa sentire erroneamente perdenti, e ci fa vergognare di noi stessi. Ma, nelle difficoltà, sapere che non si è soli “sul cuor della terra” eccetera eccetera significa porre un primo, importante passo per il superamento delle suddette.
    Il “quaderno grigio” non serve quindi solo all’opinione pubblica, per far conoscere la verità sulla nostra situazione, ma in primo luogo a noi stessi, per riappropriarci di parole e di emozioni come “ansia”, “angoscia” o “paura” che sono l’altra metà del cielo dell’animo umano.

    Commento di matteo pascoletti — Domenica, 6 Gennaio 2008 @ 9:24 pm

  3. ottima iniziativa

    Commento di leonardo canella — Mercoledì, 6 Febbraio 2008 @ 7:45 pm

  4. Ciao anch’io ho provato la ssis i matematica a Parma, non l’ho superata e insieme a me altre quattro ragazze laureate e provenienti dal sud. Solo chi proveniva da quella facoltà ha superato la ssis. noi cinque abbiamo superato lo scritto, ma alla prova orale nulla valeva di ciò che il nostro sapere poteva esprimere. abbiamo fatto ricorso ma chi li ha visti??????

    Commento di Francesca 72 — Venerdì, 7 Marzo 2008 @ 3:25 pm

  5. purtroppo ogni facoltà ha i suoi programmi che difficilmente sono conosciuti al di fuori e ciò anche in atmosfera di perfetta lealtà.
    io ho avuto la fortuna di fare ottimi test per cui c’è l’ho fatta (ho concorso per la 19) ma veramente sembravano altre materie, quando mi sono trovato all’orale.

    Commento di derosa — Mercoledì, 19 Marzo 2008 @ 8:18 am


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